
studenti
Il governo con il decreto semplificazioni mira ad abolire il valore legale del titolo di studio, misura sostenuta già dall’ex ministro Gelmini. L’esecutivo Monti è infatti intenzionato a proseguire l’operato dei suoi predecessori in materia di università.
Il sostegno a questa iniziativa arriva anche da numerosi nomi noti nel panorama politico italiano, recentemente infatti è apparso sul Riformista un appello che invitava il Consiglio dei ministri ad agire in questa direzione, tra i firmatari sono presenti i nomi di Pietro Ichino e Francesco Giavazzi. L’appello avanza questa proposta legandola alla liberalizzazione delle tasse universitarie e all’introduzione dei prestiti d’onore, con l’obiettivo da loro esplicitato di aumentare la qualità e la competizione tra gli atenei.
Il dibattito sull’abolizione del valore legale del titolo di studio è sicuramente complesso, siamo convinti che non possa essere un semplice “pezzo di carta” a certificare le capacità di uno studente, la formazione oggi non avviene solamente all’interno dell’università.
Siamo consapevoli del fatto che la preparazione italiana non è omogenea in tutte le università, un studente laureato al Politecnico di Milano ha sicuramente più possibilità di trovare un lavoro di quelle di uno studente che si è laureato a Bari.
Proprio per questo però giungiamo a conclusioni differenti da quelle esposte in questo appello e siamo profondamente contrari all’abolizione del valore legale del titolo di studio proposta dal governo.
Ci interessa fornire le motivazioni politiche della nostra contrarietà ma anche ragionare nel merito delle conseguenze concrete che si potrebbero verificare alla luce dell’attuale situazione in cui versa il nostro disastrato sistema universitario.
L’abolizione del valore legale del titolo di studio a nostro giudizio non aprirebbe la strada ad una maggiore qualità dei processi formativi, ma anzi aumenterebbe la competizione tra gli atenei, creando atenei di serie A, dove studiare costerebbe moltissimo e atenei di serie B con costi molto più limitati, creando una dualità nel sistema formativo del nostro paese assolutamente dannosa per tutti quegli studenti che non potendo permettersi costosi master o anche solo normali corsi di laurea in “prestigiose università” sarebbero costretti a non poter accedere ad una formazione di qualità.
Inoltre chi sostiene l’abolizione del valore legale del titolo di studi la giustifica sottolineando come così si eliminerebbe il vincolo posto nei concorsi pubblici e la verifica del solo requisito di merito nella prova d’esame. Giova ricordare a tal proposito che:
1) nella maggior parte dei concorsi pubblici, il voto di laurea incide in misura estremamente minore rispetto alla preparazione mostrata dal candidato nel corso delle prove (scritta e/o orale)
2) un sistema siffatto aprirebbe a maggiore discrezionalità all’interno delle procedure concorsuali, con il rischio che candidati meno preparati di altri siano avvantaggiati non per le loro esperienze professionali ma per amicizie o le relazioni di cui godono, problema questo già esistente nel nostro paese ma che senza neppure la tutela di un valore legale del titolo di studio, si amplierebbe notevolmente.
Vogliamo inoltre sottolineare come confindustria da tempo sostenga l’abolizione del valore legale del titolo di studio proponendo di sostituirlo con un meccanismo di accreditamento capace di garantire i contenuti dei titoli. Chi dovrebbe essere garante di questa prassi? Forse qualche agenzia indipendente e privata? Crediamo che nessun ente privato possa valutare i requisiti minimi dei corsi di studio.
A nostro avviso queste tre motivazioni potrebbero già essere sufficienti per comprendere come si tratti di un’idea che ha come unico obiettivo una competizione sterile tra università, mentre i sottoscrittori dell’appello giustificano le loro proposte partendo dall’assunto che un sistema di mercato, perfettamente concorrenziale, determinerebbe una migliore efficienza del sistema universitario e una scelta dello studente basata sulla qualità dello stesso.
Ci si dimentica, però che attualmente gli Atenei versano in situazioni differenti e vi è una netta differenziazione sulle modalità di finanziamento degli stessi.
In un sistema concorrenziale si determinerebbe un ulteriore penalizzazione delle Università, in gran parte meridionali, che negli ultimi anni hanno subito tagli per effetto da un lato di criteri molto discutibili e dall’altro per scelte politiche sbagliate o addirittura troppo corrette:
A partire dalla legge 133/2008 il sistema universitario italiano ha subito ingenti tagli alla sua fonte di finanziamento (il FFO). Anche se tali tagli sono in parte stati ridotti, tali interventi non hanno permesso alle Università di lavorare in prospettiva attraverso bilanci di previsione che tenessero conto di ciò. Nella maggior parte dei casi si è cercato di ridurre i servizi (e le spese) e di far cassa aumentando le tasse agli studenti universitari.
Ad esser penalizzati dai tagli sono stati principalmente le Università meridionali. La maggior parte dei 29 Atenei che hanno subito un taglio maggiore della media (-7.2%) si trova al Sud (vedi Tabella con riduzione FFO 2008 – 2011)
Le Università meridionali sono caratterizzate da un minor gettito di tasse universitarie alla luce dell’elevato numero di idonei che ne sono esonerati totalmente o parzialmente dal pagamento. Per questioni socio-economiche il numero più elevato di idonei si trova al Sud (dati CNVSU)
In ultimo, lo sforamento del 90% del rapporto Assegni Fissi /FFO che – stante la normativa di riferimento – blocca il turn-over. In un contesto di accessi bloccati e requisiti minimi da soddisfare molte Università si ritrovano con una offerta formativa fortemente depotenziata.
Si argomenterà che un sistema di mercato maggiormente concorrenziale garantirebbe una maggiore responsabilizzazione degli Atenei attraverso l’utilizzo del bastone e della carota, ma il rischio sempre più concreto è l’acuirsi del già presente Matthew effect per cui chi più ha, indipendentemente dalle modalità con le quali è giunto all’accumulazione di ciò, più avrà e chi meno ha, perderà anche quel poco che ha.
Coloro che teorizzando un’apertura dell’università ad un sistema di mercato perfettamente concorrenziale non si fermano alla proposta di abolire il valore legale del titolo di studio, propongono infatti, l’apertura ad un sistema basato sui prestiti d’onore e la liberalizzazione delle tasse universitarie.
Per garantire quindi una formazione di livello elevato secondo l’opinione chi sostiene tale proposta si dovrebbero alzare le tasse e far indebitare gli studenti all’interno di un sistema in cui l’unica garanzia della qualità del sistema di istruzione sarebbe determinata dalle preferenze delle aziende e delle industrie private.
Se mai si verificasse una situazione come quella prospettata e tenendo conto della situazione attuale, uno studente senza elevate possibilità economiche di un piccolo paese del sud Italia per ottenere una formazione di qualità in grado di permettergli di migliorare le sue condizioni di partenza dovrebbe quasi sicuramente andare a studiare in un ateneo qualificato del Nord, scegliendo un corso di laurea con tasse universitarie molto alte e indebitandosi pesantemente, senza poi nessuna garanzia reale che il suo titolo di studio gli possa essere riconosciuto alla pari di quello di un altro studente anche solo per un concorso in un ente pubblico.
Se il governo dovesse procedere su questa proposta si darebbe il via libera alla più spaventosa delle liberalizzazioni, l’introduzione di un modello universitario americano basato sulla competizione costante tra gli studenti che a nostro avviso non farebbe altro che aumentare le disuguaglianze.
Abbiamo spesso sottolineato la follia di un sistema come questo, che non farebbe altro che creare un’ulteriore balcanizzazione del sistema universitario, determinando ulteriori abbandoni del percorso di studio e incrementi dei giovani NEET (Not in Education, Employment or Training ), estromessi da qualunque canale di formazione o lavoro. Non è accettabile specialmente in un contesto di crisi economica come quello che stiamo vivendo.
Se, invece, si volesse garantire la qualità del sistema universitario il sistema da perseguire è esattamente l’inverso di quello proposto da chi nel Governo vuole abolire il valore reale del titolo di studio e dai promotori dell’appello, ne proponiamo quattro che ci sembrano esemplari della nostra idea differente di università:
un sistema di diritto allo studio universale, che possa permettere al singolo studente di scegliere liberamente l’Ateneo nel quale perseguire il proprio percorso di studi, indipendentemente dalla condizione economica di partenza o dalla Regione che garantisca una maggiore probabilità di ottenere borse di studio;
l’omogeneizzazione del sistema di contribuzione, con tasse eque e fortemente progressive, così da spostare la concorrenza maggiormente sulla qualità della didattica e della ricerca;
eliminazione del vincolo alle assunzioni e controlli più accurati sul rispetto dei requisiti minimi e della qualità dei servizi e dell’offerta formativa;
eliminazione delle Università telematiche, che a partire dal 2003 rilasciano titoli aventi valore legale di discussa validità
Molte altre proposte sono inoltre contenute nell’AltraRiforma dell’Università che è possibile leggere integralmente sul sito www.altrariforma.it